Sì, questo è un blog... C'è altro da dire? Insomma, ogni tanto ci scrivo qualche cazzata, come fanno tutti. Oh, non v'offendete, eh!
+ coniglio cattivo (perfido, direi)
+ De André, un mago della parola
+ eh, a saperlo prima...
+ eh, si sa, i sogni son dei sederi
+ feynman-kac (un ritrovo di cazzari con cui condivido l'uni)
+ gabbonet (sono fiero di essere beone)
+ il menzognero, giornale di punta della controinformazione
+ l'incubo delle ragazzine fuxia con tante kappa
+ la tana di un amico cobra
+ una finestra qualunque...
+ una personalità confusa
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Sezione I, dove dico quello che farò
Sezione II, dove dico quello che non farò
Sezione III, dove mi paro il culo
Sono uscito stasera, stavo un po' giù, come sono solito essere di questi giorni... C'è questa mia amica nel gruppo, sempre allegra, una bella persona, ogni volta che ci vediamo mi chiede come va, alla fine sa abbastanza della mia situazione. Stasera però già preparavo un modo gentile per declinare le sue domande, che non mi andava molto di rabbuiarmici sopra. Ma quando ci vediamo, vengo a sapere che da due giorni l'ha lasciata il suo ragazzo, del tutto inaspettatamente, lui è un altro amico mio, stanno... cioè, stavano insieme da un sacco d'anni... cazzo, mi stavo quasi mettendo a piangere, veramente, lì, ho trattenuto le lacrime, ma la cosa mi ha... come dire, ferito...
...per cui ecco, queste aride parole che sicuramente non colgono il segno, non mi capita spesso di non badare minimamente alla forma... voglio solo alzare un brindisi immaginario, a tutti coloro il cui cuore soffre, silenziosamente, o magari facendo tanto casino, o anche mettendoci la pezza di sorriso sopra, un malinconico brindisi che ognuno possa fare in solitario, come io ora davani a questo schermo, un brindisi per ripartire il giorno dopo, o anche rimanere fermi, per questo brindisi non importa veramente se le cose non cambiano, o se cambiano, non c'è niente di importante in queste mie parole, solo una soffusa tristezza, una soffusa dolce tristezza... a noi allora, che la vita continui...
'notte, buona che sia.
Andrà meglio, si dice così, no? Bè, può voler dire due cose, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: ottimista, perché ci sarà il sole nel futuro, o pessimista, perché può voler dire che peggio di così non può andare... ... Eppure so che potrebbe andare peggio, indi per cui logicamente devo seguire l'interpretazione ottimistica... sempre che l'assioma di partenza sia valido. E se andasse peggio? Ma andrà meglio, certo che andrà meglio...
"Senti, ma tu cos'è che vuoi fare, eh?!" Lui... ho ancora il suo volto impresso a fuoco nella mente, ora che tutto sta per finire. Mi era stato vicino, sin dall'inizio, eppure in quel momento mi si parò davanti, mettendomi le mani sulle braccia come a volermi piantare i piedi bene per terra. Lo guardai con occhi spiazzati. Lui incalzò, il volume della sua voce divenne una volta e mezzo quello precedente. "Lei è morta! Lei non tornerà! Lei non esiste più!" Alla terza esclamazione era arrivato al doppio del tono. Io incassai senza fiatare, come ad aspettare il gong, il fatidico gong che mi togliesse dalla dolorosa apatia del passivo per buttarmi su un angolo a raccogliere i frantumi delle idee. "Io ti ho appoggiato, ma ora non lo vedi che..." mi lasciò andare per poter indicare con un gesto allargato delle braccia ciò che ci circondava, l'universo tutto in pratica, "...che tutto questo sta diventando più grande di noi? Ci sta fagocitando. Tu..." e mi piantò un indice sul petto con tale forza da farmi indietreggiare, "...tu non sei più lo stesso, tu ti stai perdendo. Tutto questo non può che finire male." Una parte di me osservava la scena fuori dal ring, torcendo tra le mani la spugna che poteva togliermi dai guai. Ma non volevo, non potevo mollare. Era come se mi dicessi: ce la posso fare, mister! Lui... lui era il Compare, così da sempre lo chiamavo. Quando tutto questo iniziò, lui era con me. Un'altra epoca. Mi aveva sorriso. Anzi aveva riso, era il suo modo di reagire a molte, tantissime cose. "Vuoi andare fino in fondo a questa faccenda, eh? Hehhe, come sei romantico: non la conosci neppure, eppure vuoi sapere come mai è scomparsa." Pacca sulla spalla. "Una chesta, come quelle di re Artù, di Orlando, del Cid... o anche Don Chisciotte se vogliamo." Altra risata. "E va bene: sarò il tuo Sancho Panza. Chissà, magari potrei risolvere anche la mia, di chesta." Attendeva la mia curiosità, per cui lo accontentai. "E tu cos'è che cerchi o mio fido scudiero?" gli chiesi. Soddisfatto, il Compare frugò nelle sue tasche, e ne tirò fuori una pipa tutta nera. Lo guardavo con crescente curiosità. Lui non fumava. "Questa, ce l'ho da quando sono piccolo. Non ti dirò come l'ho avuta, ma ti dirò a che serve. Questa pipa..." tirò in fuori il petto, "è in grado di esaudire un unico desiderio." Sorrise. Non sapevo che pensare, ma il suo sorriso era contagioso. "E quindi, cos'è che cerchi?" gli domandai, "Non hai tutto ciò che ti serve?" "Eheh, è qui che ti sbagli" disse puntandomi contro il bocchino della pipa a puntualizzare le sue parole. Poi si fece pensoso, volteggiando lo sguardo nell'aria. "È una vita che sto cercando una risposta... e la domanda è:" rivolse i suoi occhi fattisi penetranti dentro i miei, "cos'è che dovrei chiedere? Dovrei chiedermi cos'è meglio desiderare o forse cos'è giusto desiderare? E una volta scelto, quale sarebbe comunque la risposta migliore?" Pausa. Poi tornò a sorridere. "Finché non sarò abbastanza saggio, non butterò via quest'opportunità. Tanto io sono paziente." E reintascò il prezioso cimelio.
Ora la sto accarezzando nella mia tasca, quella pipa, un feticcio che mi fa vorticare la memoria come una centrifuga in testa. Quella volta non mi convinse, non mi convinse a desistere. Tenni duro, il gong suonò, e la partita finì. Chiaramente per certi versi... per molti versi, aveva ragione. Non potevo coinvolgerlo oltre. Non più. Ma lui non mi avrebbe mollato, nonostante tutto, no, non lo avrebbe fatto. Lui era il Compare, il mio scudiero, il mio fido Sancho Panza. E io ero il Don Chisciotte che lo avrebbe portato alla rovina per un mio capriccio... che poi capriccio non è e non era. Ma me ne andai, senza di lui, di nascosto, come un ladro. Sarebbe potuta andare altrimenti? Non so. Il Vecchio aveva previsto tutto, e tutto si era avverato. Ma se solo... Ma se fosse... Ma altrimenti sarebbe successo... Ma... ma... ma... La linea è una sola, i ma sono punti senza dimensione, senza sostanza. Eppure non avrei mai voluto ritrovarlo riverso nel suo stesso sangue, mentre tossiva quello che poteva essere il suo ultimo sorriso. "È un po' che ti cerco..." trattenne il sangue nei polmoni "...che sbadato che sei... ti sei dimenticato di salutarmi... heheh..." e si interruppe per liberarsi la gola imbrattando di rosso il cemento. Lo tenevo tra le braccia, senza sapere che fare, se non provare a trattenergli dentro la vita con la mia mera presenza, con le mie inutili braccia... I suoi occhi parevano veleggiare altrove. Io volevo che sorridesse ancora, sì, anche il giorno dopo, e che dopo un mese ridesse per non so che gli avrebbe detto una piacente ragazza nell'orecchio, e che la prossima volta che avesse bevuto un cocktail ne avrebbe mangiato il limone strizzando quegli occhi per il sapore agro, che potesse ancora correre sotto una pioggia estiva a torso nudo gridando 'singing in the rain' come se fosse una cover punk-rock... ma non sarebbe successo... Mi afferrò un braccio, riuscì ad allentare la stretta dei denti per far uscire queste parole: "Sì! ... ora lo so, ora so che chiedere, lo so!" Mentre il mondo mi si appannava dagli occhi, lo aiutai a trovare la sua pipa. Ma non fece mai in tempo ad accenderla. Non fece in tempo.
La pipa si rigira nervosa nelle mie mani. Ma cos'è che le si potrebbe chiedere? Cosa si dovrebe desiderare?
Cazzo... per poco non mi metto a piangere sul serio...
Al telefono, in una di quelle cabine rosse squadrate inglesi. "Senti... sono in un campo di cocomeri quadrati, non so che fare..." Dall'altro capo del filo, il suo riflesso allo specchio, con la vecchia cornetta nella sinistra. Sta guardando sulla sua tv al plasma l'immagine di un fenicottero rosa con un asso di picche stretto nel becco. "Saranno cubici, non quadrati" risponde. Dalla cabina anglosassone si guarda in giro, il campo si estende a perdita d'occhio, interrotto solo da un cespuglio di zucche di halloween a pochi metri di distanza. "Hai ragione". Click.
"Ci fu anche una grande scoperta culturale. Baruch, frugando in una cassa di vecchi libri, trovò nientemeno che il diario da guerra di Ghigna [un eroe partigiano NdMe], cento pagine scritte a mano. Venne un editore d'assalto e disse che ci avrebbe fatto un libro, che quelle cose erano storia e mai sarebbero state dimenticate.
-Sì, per un po' le ricorderemo - mi disse Baruch - ma non so quanto. Tuo padre una volta mise il piede in una tagliola da volpi. Mentre era lì che soffriva disse: giuro che se ne vengo fuori non sparerò più a nessun animale. Riuscì a liberarsi col polpaccio stracciato, si curò, la cicatrice sbiadì, e qualche anno dopo lo vidi tornare dalla caccia con due lepri nel carniere. Passato il dolore, passato il giuramento, e tuo padre non è un uomo disonesto. Ma la memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino nel mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo. Basta mollare un attimo e tutto va in rovina."Stefano Benni, Saltatempo
Ma perché?
Da una parte è bello, non soffro più per lo stesso motivo di prima... Ma perché cambiare per semplicemente trovarsi a soffrire di nuovo?
Si dice che al cuor non si comanda... Cuore mio, ti prenderei a randellate se non ti facessi male da solo di tuo...
E ora si continua.
Assomigliava a un insetto. Non che fosse brutto: l'effetto era dovuto principalmente agli occhiali che portava, un paio di cerchi con varie lenti che potevano a turno occuparne l'interno. I suoi occhi rimanevano sempre coperti da qualcosa che impediva di comprenderne il colore e che rendeva anche difficile scoprire l'obiettivo dei suoi sguardi. Mi ridiede i rimasugli dell'orologio come se fosse niente, e tornò chino a far danzare le sue dita affusolate sui minuscoli e preziosi ingranaggi della sua opera. Era la terza volta che mi lasciava interdetto. Tre di troppo. "Ehi, che cazzo, mi hai rotto l'orologio, perché l'hai fatto?" Nonostante la rabbia c'era qualcosa in quell'uomo, un certo rispetto che emanava, che mi persuadeva a non mettergli le mani addosso e aprire lui come uno stramaledetto biscotto della fortuna. Rispose, senza voltarsi: "Vedi, la tua rabbia, la tua fretta, sono inutili." Si voltò, armeggiò con i suoi occhiali, passando dall'universo in miniatura in cui lavorava a quello naturale, liberato però dalla sua miopia. "Ma non mi dire. Prima anche tu ti sei incazzato, o no?", ma il mio tono era già più pacato. "Cosa credi, che sia uno di quei santoni della new age, a dire tutto è uno, quindi è inutile fare qualunque cosa, yari-yari-a, o-bla-dì o-bla-dà e menate del genere?" sorrise, finì di voltarsi portando il busto e la sedia in linea con il volto. Continuò: "Se prima non avessi alzato il tono di voce ti avrei lasciato rovinare tutto." "Tutto cosa?" Sospirò. "Sei fortunato, sono in vena di chiacchiere e menate del genere. Un caffè?" Fui quasi colto dalla curiosità di vedere dove l'avrebbe mai preparato. "No, grazie" "Bene. Ora stai bene a sentire curiosone, che non mi ripeto, ed è già tanto che lo dico una volta. Innanzitutto, te ne parlo perché sapevo del tuo arrivo, me lo ha preannunciato un amico comune. Bada che è roba che non devi spifferare in giro, se lo sapesse la Giunta giù in città, finirebbe tutto per colpa della loro spocchiosa freddezza..." Il mio sguardo tornava in continuazione a scivolare su quelle sue lenti semiriflettenti e a perdersi lungo le linee di fuga. Mi metteva a disagio. E ancora non sapevo dove volessero andare a parare le sue chiacchiere. "...ma arrivo al dunque. Vedi quest'orologio?" Indicò il marchingegno ad acqua che gli stava ale spalle. Si sentivano gocciolii, borbottii, gorgoglii, non pareva da quel guazzabuglio potesse venir fuori qualcosa di preciso e scandito. E invece diceva perentoriamente la sua sul tempo con pesanti lancette dorate. Comunque i vari putti alati seicenteschi che lo adornavano erano un po' un pugno in un occhio. Visto che se lo aspettava, feci cenno di sì con il capo. "Bello, vero?" No, pensai, ma tacqui. Non lo interruppi. "Tutti gli orologi della città, dal più minuscolo a quello che orna il campanile, sono tutti dal primo all'ultimo usciti da questo laboratorio. E sono tutti tutti tutti sincronizzati a questo. E tutti vanno un pelino più lenti dei vostri orologi di città." Quarta volta. "...cosa vorrebbe dire?" chiesi. "Che qui viviamo felici, in pace con noi stessi, semplicemente perché abbiamo più tempo. Il tempo è la risorsa più preziosa, e noi abbiamo deciso di prendercelo da soli, in barba all'autorità. Un esproprio proletario del tempo."