[Un blog qualunque...]

Sì, questo è un blog... C'è altro da dire? Insomma, ogni tanto ci scrivo qualche cazzata, come fanno tutti. Oh, non v'offendete, eh!

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Il Manifesto del Blog Qualunque

Sezione I, dove dico quello che farò

  1. Scriverò cazzate.
  2. Scriverò per il gusto di scrivere.
  3. Scriverò qualcosina ogni tanto della mia vita.
  4. Scriverò qualcosina ogni tanto di musica.
  5. Scriverò qualcosina ogni tanto di cinema.
  6. Scriverò qualcosina ogni tanto che sento o leggo da qualche parte e mi colpisce.
  7. Scriverò qualcosina ogni tanto che mi salta in mente, e la mia mente è strana a volte.
  8. Scriverò qualcosina ogni tanto.
  9. Scriv... cioè, pubblicherò delle foto ogni tanto.

Sezione II, dove dico quello che non farò

  1. Non scriverò di politica.
  2. Non scriverò tutto sulla mia vita, che il mistero non guasta.
  3. Non scriverò sempre la verità solo la verità nient'altro che la verità, ma quasi sempre sì.
  4. Non scriverò insulti gratuiti, se non per fare il buffone, insultando dunque più me stesso.
  5. Non scriverò di calcio. MAI.
  6. Non manterrò stretta fede a questo manifesto.

Sezione III, dove mi paro il culo

  1. Dubito che posterò in modo regolare, forse che sì, forse che no.
  2. Dubito che sarà un blog interessante, forse che sì, forse che no.
  3. Dubito che andrò molto in giro a leggere i blog degli altri, non ho tempo, forse che sì, forse che no.
  4. Dubito che approfondirò argomenti, non ho tempo, forse che sì forse che no.
  5. Dubito di essere sincero quando dico che non ho tempo, forse che sì, forse che no.
 
domenica, gennaio 02, 2005

# 1

# 2

E ora si continua.

Assomigliava a un insetto. Non che fosse brutto: l'effetto era dovuto principalmente agli occhiali che portava, un paio di cerchi con varie lenti che potevano a turno occuparne l'interno. I suoi occhi rimanevano sempre coperti da qualcosa che impediva di comprenderne il colore e che rendeva anche difficile scoprire l'obiettivo dei suoi sguardi. Mi ridiede i rimasugli dell'orologio come se fosse niente, e tornò chino a far danzare le sue dita affusolate sui minuscoli e preziosi ingranaggi della sua opera. Era la terza volta che mi lasciava interdetto. Tre di troppo. "Ehi, che cazzo, mi hai rotto l'orologio, perché l'hai fatto?" Nonostante la rabbia c'era qualcosa in quell'uomo, un certo rispetto che emanava, che mi persuadeva a non mettergli le mani addosso e aprire lui come uno stramaledetto biscotto della fortuna. Rispose, senza voltarsi: "Vedi, la tua rabbia, la tua fretta, sono inutili." Si voltò, armeggiò con i suoi occhiali, passando dall'universo in miniatura in cui lavorava a quello naturale, liberato però dalla sua miopia. "Ma non mi dire. Prima anche tu ti sei incazzato, o no?", ma il mio tono era già più pacato. "Cosa credi, che sia uno di quei santoni della new age, a dire tutto è uno, quindi è inutile fare qualunque cosa, yari-yari-a, o-bla-dì o-bla-dà e menate del genere?" sorrise, finì di voltarsi portando il busto e la sedia in linea con il volto. Continuò: "Se prima non avessi alzato il tono di voce ti avrei lasciato rovinare tutto." "Tutto cosa?" Sospirò. "Sei fortunato, sono in vena di chiacchiere e menate del genere. Un caffè?" Fui quasi colto dalla curiosità di vedere dove l'avrebbe mai preparato. "No, grazie" "Bene. Ora stai bene a sentire curiosone, che non mi ripeto, ed è già tanto che lo dico una volta. Innanzitutto, te ne parlo perché sapevo del tuo arrivo, me lo ha preannunciato un amico comune. Bada che è roba che non devi spifferare in giro, se lo sapesse la Giunta giù in città, finirebbe tutto per colpa della loro spocchiosa freddezza..." Il mio sguardo tornava in continuazione a scivolare su quelle sue lenti semiriflettenti e a perdersi lungo le linee di fuga. Mi metteva a disagio. E ancora non sapevo dove volessero andare a parare le sue chiacchiere. "...ma arrivo al dunque. Vedi quest'orologio?" Indicò il marchingegno ad acqua che gli stava ale spalle. Si sentivano gocciolii, borbottii, gorgoglii, non pareva da quel guazzabuglio potesse venir fuori qualcosa di preciso e scandito. E invece diceva perentoriamente la sua sul tempo con pesanti lancette dorate. Comunque i vari putti alati seicenteschi che lo adornavano erano un po' un pugno in un occhio. Visto che se lo aspettava, feci cenno di sì con il capo. "Bello, vero?" No, pensai, ma tacqui. Non lo interruppi. "Tutti gli orologi della città, dal più minuscolo a quello che orna il campanile, sono tutti dal primo all'ultimo usciti da questo laboratorio. E sono tutti tutti tutti sincronizzati a questo. E tutti vanno un pelino più lenti dei vostri orologi di città." Quarta volta. "...cosa vorrebbe dire?" chiesi. "Che qui viviamo felici, in pace con noi stessi, semplicemente perché abbiamo più tempo. Il tempo è la risorsa più preziosa, e noi abbiamo deciso di prendercelo da soli, in barba all'autorità. Un esproprio proletario del tempo."

parola di parttimeblogger a 17:45 | link | commenti |


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