Sì, questo è un blog... C'è altro da dire? Insomma, ogni tanto ci scrivo qualche cazzata, come fanno tutti. Oh, non v'offendete, eh!
+ coniglio cattivo (perfido, direi)
+ De André, un mago della parola
+ eh, a saperlo prima...
+ eh, si sa, i sogni son dei sederi
+ feynman-kac (un ritrovo di cazzari con cui condivido l'uni)
+ gabbonet (sono fiero di essere beone)
+ il menzognero, giornale di punta della controinformazione
+ l'incubo delle ragazzine fuxia con tante kappa
+ la tana di un amico cobra
+ una finestra qualunque...
+ una personalità confusa
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Sezione I, dove dico quello che farò
Sezione II, dove dico quello che non farò
Sezione III, dove mi paro il culo
E ora si continua.
Assomigliava a un insetto. Non che fosse brutto: l'effetto era dovuto principalmente agli occhiali che portava, un paio di cerchi con varie lenti che potevano a turno occuparne l'interno. I suoi occhi rimanevano sempre coperti da qualcosa che impediva di comprenderne il colore e che rendeva anche difficile scoprire l'obiettivo dei suoi sguardi. Mi ridiede i rimasugli dell'orologio come se fosse niente, e tornò chino a far danzare le sue dita affusolate sui minuscoli e preziosi ingranaggi della sua opera. Era la terza volta che mi lasciava interdetto. Tre di troppo. "Ehi, che cazzo, mi hai rotto l'orologio, perché l'hai fatto?" Nonostante la rabbia c'era qualcosa in quell'uomo, un certo rispetto che emanava, che mi persuadeva a non mettergli le mani addosso e aprire lui come uno stramaledetto biscotto della fortuna. Rispose, senza voltarsi: "Vedi, la tua rabbia, la tua fretta, sono inutili." Si voltò, armeggiò con i suoi occhiali, passando dall'universo in miniatura in cui lavorava a quello naturale, liberato però dalla sua miopia. "Ma non mi dire. Prima anche tu ti sei incazzato, o no?", ma il mio tono era già più pacato. "Cosa credi, che sia uno di quei santoni della new age, a dire tutto è uno, quindi è inutile fare qualunque cosa, yari-yari-a, o-bla-dì o-bla-dà e menate del genere?" sorrise, finì di voltarsi portando il busto e la sedia in linea con il volto. Continuò: "Se prima non avessi alzato il tono di voce ti avrei lasciato rovinare tutto." "Tutto cosa?" Sospirò. "Sei fortunato, sono in vena di chiacchiere e menate del genere. Un caffè?" Fui quasi colto dalla curiosità di vedere dove l'avrebbe mai preparato. "No, grazie" "Bene. Ora stai bene a sentire curiosone, che non mi ripeto, ed è già tanto che lo dico una volta. Innanzitutto, te ne parlo perché sapevo del tuo arrivo, me lo ha preannunciato un amico comune. Bada che è roba che non devi spifferare in giro, se lo sapesse la Giunta giù in città, finirebbe tutto per colpa della loro spocchiosa freddezza..." Il mio sguardo tornava in continuazione a scivolare su quelle sue lenti semiriflettenti e a perdersi lungo le linee di fuga. Mi metteva a disagio. E ancora non sapevo dove volessero andare a parare le sue chiacchiere. "...ma arrivo al dunque. Vedi quest'orologio?" Indicò il marchingegno ad acqua che gli stava ale spalle. Si sentivano gocciolii, borbottii, gorgoglii, non pareva da quel guazzabuglio potesse venir fuori qualcosa di preciso e scandito. E invece diceva perentoriamente la sua sul tempo con pesanti lancette dorate. Comunque i vari putti alati seicenteschi che lo adornavano erano un po' un pugno in un occhio. Visto che se lo aspettava, feci cenno di sì con il capo. "Bello, vero?" No, pensai, ma tacqui. Non lo interruppi. "Tutti gli orologi della città, dal più minuscolo a quello che orna il campanile, sono tutti dal primo all'ultimo usciti da questo laboratorio. E sono tutti tutti tutti sincronizzati a questo. E tutti vanno un pelino più lenti dei vostri orologi di città." Quarta volta. "...cosa vorrebbe dire?" chiesi. "Che qui viviamo felici, in pace con noi stessi, semplicemente perché abbiamo più tempo. Il tempo è la risorsa più preziosa, e noi abbiamo deciso di prendercelo da soli, in barba all'autorità. Un esproprio proletario del tempo."
